Le domande che seguiranno avranno qualcosa di intenso e romantico, una perla preziosa per la città di Cosenza e per tutte quelle persone che hanno avuto il piacere di stringere la mano a Totonno Chiappetta, una persona prima e un personaggio poi che non ha bisogno di presentazioni. Oggi ripercorriamo le strade più dolci e silenziose di Totonno grazie alle risposte del figlio: Gigino Chiappetta.

Ciao Gigino, io sono davvero onorata e colma di gioia a porre le mie
domande ad una persona come te, una testimonianza come poche. Nel
1955 nasceva nella nostra amata Cosenza tuo padre, il padre se vogliamo
di molti altri di noi: Totonno Chiappetta. Raccontami la prima immagine
che ti viene in mente quando senti il nome di tuo padre
. Innumerevoli immagini. Tante quante erano le sue sfaccettature: difficili da contare. Il Totonno genitore, il Totonno amico, il Totonno attore e artista, il Totonno istrione, il Totonno intimo e, perché no, anche il Totonno incazzato, che conoscono in pochi. Ma, adesso, leggendo queste tue righe, mi viene in mente l’arcobaleno. Quando ero bambino sovente mi raccontava, a mo’ di favola, la storia della nascita dei colori. Un racconto di cui ho un ricordo assai sfocato ma allo stesso tempo forte, intenso. C’era molto pathos nella sua voce. Non so chi e cosa l’avesse ispirato, ma sosteneva che i colori fossero stati creati a Baires, forse riferendosi alla città argentina di Buenos Aires. Insomma, terre di frontiera e di avventura. Rammento solo questo dettaglio e non riesco a capire perché. So, però, che mi emozionava tantissimo. Le sue parole al solito erano coinvolgenti e avvolte dalla magia della poesia. Restavo con la bocca aperta come un baccalà. E iniziavo a sognare…

Un personaggio importante non solo per il suo essere filibustiere, per la
sua risata chiassosa e il suo ampio sorriso ma anche e soprattutto per il
suo essere amico, amico di Cosenza, dei cosentini e di tutti quelli che
hanno avuto il piacere di sedersi nel suo ufficio e lasciarsi incantare dai
suoi racconti. Quali preziosi racconti ti riservava?
Era una fonte inesauribile di storie. Sia per gli altri che per noi familiari. Io e lui parlavamo di tutto, a volte lo consultavo come se fosse un’enciclopedia vivente. Spesso avevamo molti contrasti: io più simile caratterialmente a mia mamma, capitava che ci respingessimo come calamite. Il classico rapporto tra padre e figlio. Ma nonostante tutto alla fine finivo per pendere dalle sue labbra. Il racconto più bello era quando, da bambino (ma anche in età più adulta), ci infilavamo sotto le coperte fantasticando di essere in una navicella spaziale a schivare meteoriti o in una barchetta in mezzo all’oceano nel bel mezzo di una tempesta. Lui mi faceva: “Avìmu nu paninìaddru, na picca d’acqua, avìmu puru i parole crociate (sua grande passione), avìmu u Dylan Dog… chi nni manca cchiù?”.

Io ho avuto l’onore di sedermi tante e tante volte in prima fila a godermi
le sue barzellette e anche se di alcune non ne capivo il senso, ridevo lo
stesso per il suo sorriso coinvolgente, la mia preferita era in assoluto
quella del circo, ricordo ogni dettaglio. Quali sono i ricordi più forti che hai di quelle serate e di quelle risate?
Ricordo una serata a Mandatoriccio paese, nel 2007. Ero con lui in tourneé insieme ad Emanuele Gagliardi detto Zagor. Recitavamo alcune versi dello Jugale con lui nelle piazze. Dopo un viaggio infinito attraverso la Sila più selvaggia, arrivammo in questa piazza deserta e freddissima. Tutti convinti che fosse un flop. Davanti a noi solo tre signori anziani, per di più distanti oltre venti metri. Oggi parleremmo di distanziamento sociale, all’epoca era invece solo estrema diffidenza. Io volevo tornare a casa. Invece mio padre decise di iniziare lo stesso lo spettacolo, anche se davanti a lui c’era il nulla. Non so come fece, ma in mezzora quella piazza diventò gremita. Ne uscì fuori una serata memorabile.

Raccontami qualcosa di speciale. La prima cosa che ti viene in mente. Una delle cose che mi disse mentre era in terapia intensiva, negli ultimi giorni di vita. Uscimmo a parlare di politica, non ricordo l’argomento. Con un filo di voce mi fece: “Lèjati Bakunin”. Si riferiva al filosofo e rivoluzionario russo. Papà era anarchico nell’animo. Ribelle e anticonvenzionale. Spesso e volentieri bastian contrario. Comprai subito “Stato e anarchia” appena fuori dall’ospedale a Monza. Pur non condividendolo in toto, essendo figlio di una inossidabile ideologia ottocentesca, è il libro che custodisco più gelosamente.

Cosa direbbe oggi tuo padre a questa Cosenza? Una Cosenza che lo ricorda come può, una Cosenza che non smetterà mai di pensarlo. Non vorrebbe che venissero lasciati soli e abbandonati a sé stessi i quartieri popolari, quelli più difficili, più a rischio bomba sociale. Avrebbe sofferto per la situazione drammatica in cui versa il centro storico, che contribuì a “sghettizzare” con i suoi spettacoli di cabaret insieme al sindaco Giacomo Mancini negli anni ’90. Era lì che scorgeva la Cosenza più autentica, quella di Santa Lucia e da “chiazza di pisci”, quella della miscellanea di cadenze e inflessioni bruzie. Mi riempie di gioia sapere che oggi tra quei vicoli c’è una meravigliosa piazza che porta il suo nome.

Da qualche settimana è uscito su diverse piattaforme il suo meraviglioso album “Don Già” pubblicato precedentemente nel 2004. Ricordo dei brani profondi e innovativi come “La discesa trionfatrice”. Qual è il tuo brano del cuore? Che ricordi ti legano a questo album e cosa ti ha spinto a renderlo pubblico su tutte le piattaforme musicali? È stata una bella idea di Giuseppe Marasco e del suo progetto Calabria Sona, assieme alla collaborazione dei fratelli Grillo, che musicarono molti di quei brani, e di Antonello Anzani, che nel 2005 lo produsse. Quello è un disco che ancora oggi ci chiedono in tanti. “La discesa trionfatrice”, musicata da Il Parto delle Nuvole Pesanti prima del divorzio tra Peppe Voltarelli e il resto della band, la considero un diamante grezzo. Sono convinto che suonata nelle piazze diverrebbe un grande successo, anche per la pregnanza del testo. Nel mio cuore c’è anche “Pitirineddra di Alfio”, che papà scrisse dopo aver ascoltato una storia raccontatagli dal percussionista siciliano Alfio Antico, che da giovane pastore fu costretto ad uccidere la propria adorata pecorella e decise di farne un tamburo con la pelle.

Sai bene di essere una grande testimonianza, prezioso per la nostra città e per tutti gli amici di Totonno ed è per questo che oggi sono qui a chiederti quello che hai visto nel corso della tua vita. Quale pensi possa essere stata la più grande eredità lasciata da tuo padre? La sua positività, il suo altruismo, il suo essere genuino, il saper adattarsi ad ogni tipo di situazione, la sua attitudine epicurea, volta a non “prendersi mai troppo sul serio”. Questo suo atteggiamento credo abbia fatto la differenza e penso che abbia contagiato di conseguenza chiunque l’avesse incontrato. Quando qualcuno parla di papà lo fa sempre con un sorriso: questa è a mio parere la sua più grande eredità, che ci riempie ogni volta di orgoglio e soddisfazione.

Alcuni lettori potrebbero arrivare a questa domanda. Cosa vorresti gridargli? Vorrei gridargli che sto cercando, in minima parte, di fare tesoro dei suoi piccoli consigli, seppur a fortune alterne. Anche se ho l’impressione che il suo sguardo mi segua quotidianamente.

La maggior parte delle persone che ricordano Totonno lo fanno con il sorriso e magari con qualche risata rumorosa ricordando le sue barzellette e i suoi meravigliosi spettacoli. Come ricordi tuo padre? Un uomo affetto da una lucida follia, pieno di chiurìti di culo, che affrontava la vita a viso aperto e spezzava ogni convenzione sociale esorcizzandola. Che si scialava e faceva scialare chi gli stava attorno. Un dispensatore di energia positiva. Un padre encomiabile.

Grazie Gigino per aver partecipato con me a questo viaggio intorno a Totonno Chiappetta che vuole essere un modo per parlarne sempre, per non dimenticare mai il suo prezioso contributo alla nostra comunità. Grazie per aver fatto risbocciare “Don Già”, qualcuno lassù starà ridendo a bocca a larga. Grazie a te, Noemi cara. E grazie anche da parte di Totis, che ti portava nel suo cuore sin da quando eri una “criatùra” tra le braccia di papà Faustino. 

Con il cuore pieno di gioia vi lascio il link d’ascolto di “Don Già“: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_kGAL_FcIw0w0Pl4ipJKe3aBj4vuGbXSaI

Totonno e Gigino Chiappetta

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