Lampada e lampadina

Oggi racconterò la storia della lampada e della sua lampadina.

Fin da piccola i miei movimenti non sono mai stati leggeri, diciamo che non mi sono mai distinta per la mia leggiadria, infatti durante le mie prime recite alla scuola dell’infanzia ricoprivo ruoli come la contadina, la ranocchia o la panettiera. Solo una volta mi hanno assegnata un ruolo raffinato: la stella cometa. Indossavo una tunica dorata, un foulard dorato nei capelli e mi hanno truccato le gote, già rosse. Non ero abituata a ruoli così importanti e dall’emozione mi sono fatta la pipì addosso, così da quella tunica risaltava una macchia che sovrastava quel dorato natalizio. Continuavo però a vincere premi per “la migliore mascherina 1997”. Perché la faccia mi ha sempre salvata!

Fatta questa premessa imbarazzante sulla mia infanzia che è solo un’anticipazione di quella che sarebbe stata la mia vita fino ad oggi, ritorno sulla mia leggerezza che non è mai esistita, in tutti i sensi, soprattutto nei movimenti.

I miei genitori mi avevano anche iscritta a danza per farmi diventare più garbata, ma hanno sbagliato corso perché mi hanno iscritta a tip tap che forse è stato un po’ l’inizio della seconda fase della mia vita: dalla pesantezza alla vivacità. E non mi sono mai più fermata.

Ho seguito solo quattro anni di tip tap ma mi sono serviti per capire quale sarebbe stato il ritmo della mia vita, un due tre quà.

La mia adolescenza è stata, invece, caratterizzata da scioperi, megafoni, sale prove dove si cantavano Evanescence e altre cose che il mio cervello ha rimosso, Heineken, pantaloni strappati e sempre sporchi di qualcosa verso la fine, lunghissime camminate e risate. Proprio come oggi. E come oggi continuo a fare danni, rompo gli oggetti, inciampo, butto a terra telefoni, computer e soprattutto non sono intuitiva, ma sono creativa. Come mi dice Pepè.

Pepè è arrivato nella mia vita qualche anno fa e ha capito subito l’inesistente delicatezza ma ha trasformato questa mancanza dandomi tanti piccoli consigli che dopo un po’ di tempo mi rendo conto essere così preziosi: imparare ad utilizzare le chiavi senza aver paura di spezzarle, perderle, dimenticarle ( e queste sono cose successe molteplici volte nel corso della mia vita) , imparare ad allungare il condimento per la pasta con l’acqua della cottura così da non bruciare tutte le pentole, imparare che SOFTONIC è cattivo e non si usa e così potrei continuare fino all’infinito.

Ma c’è qualcosa in Pepè che continua a stupirmi ogni giorno ed è la sua bellezza d’animo, vi faccio un esempio per capirci meglio: in questo periodo in cui si va al supermercato una volta a settimana, si comprano le cose più importanti, tipo il latte che aveva finito. Però ha dimenticato il latte e si è ricordato di prendermi la lampadina alla mia lampada che avevo rotto per la decima volta. Si è presentato col sorriso a bocca chiusa e la didascalia a quella sua faccia “se la rompi di nuovo, non te la prendo più”.

Così, Pepè mi ha insegnato che non è importante fare la figuraccia se si ha il vestito sporco di pipì, non è importante seccarsi al quarto anno di tip tap e rendersi conto che non ce ne frega niente di danza, non è importante se hai delle macchie di fango sul jeans, l’importante è risolvere i problemi con l’amore.

Però questa è l’ultima lampadina che mi compra.

Sottile

Sottile come non lo sono mai stata.

Sottile come il cheddar che non si scoglie mai del tutto.

Sottile come i miei capelli aridi.

Sottile come le unghie senza le impalcature delle estetiste.

Sottile come un fazzoletto durante un raffreddore.

Sottile come i peli che mi crescono sopra il labbro.

Sottile come una risata silenziosa.

Sottile come le mie ciglia, nonostante i chili di mascara nero.

Sottile come la satira.

Sottile come uno stuzzicadenti che scava tra un dentro e l’altro e spazza via tutto quello che ti ha dato piacere fino a qualche minuto prima.

Sottile come Salvo.

Sottile come i tuoi occhi quando ridono.

Sottile come le sottilette light che sono ancora più sottili delle sottilette normali.

Sottile come i denti della forchetta prima di inforcare il piacere.

Sottile come le tue battute.

Sottile come un fiammifero che si lascia prendere fuoco per illuminare o continuare a bruciare.

Sottile come un foglio qualsiasi, disegnato e non.

Sottile come l’alba e il tramonto visti lo stesso giorno con la stessa persona.

Sottile come l’ago che punge e cuce.

Sottile come quel cavo che si trova in proscenio e che calpesto sempre.

Sottile come un Si bemolle.

Sottile come una spina di pesce che ti ritrovi nel piatto e ti punge.

Sottile come l’orizzonte che c’era quel giorno che hai guardato l’alba e il tramonto con la stessa persona.

Sottile come la scia dopo un volo.

Sottile come la fiamma della candela profumata che sta per spegnersi.

Sottile come quella linea che ci tiene lontani.

Sottile come i ricordi che ci tengono stretti.

Sempre.

E guardo il mondo da una frangetta

Venticinque anni fa io avevo solo un anno e le mie guance volevano presenziare in tutto il viso, proprio come oggi. Avevo qualche ciuffo in testa, coperto da fasce coloratissime che risaltavano ancora di più le mie guance. Ma quando i miei capelli iniziavano ad essere più di qualche ciuffetto sparso, ecco che sbocciava il caschetto anni ’90 con la frangetta che ho portato per molti anni della mia vita, fin quando poi ho deciso di essere alla moda con il ciuffo e la ciocca di capelli bionda o viola, nel periodo punk che dura ancora oggi a giorni alterni.

La frangetta è ritornata sulla mia testa, qualche anno fa. Copre la fronte e la ricrescita delle mie sopracciglia, mi fa impazzire d’estate e mi tiene calda d’inverno. Riesco a tagliarla da sola e questo si intravede anche da lontanissimo, in tutta la sua imperfezione, invece quando cresce e mi secca mettermi davanti allo specchio a fare Noemi mani di forbici, mi ritrovo dei ciuffetti davanti alla mia visuale e quasi mi nascondo dalle persone che però in realtà mi vedono e mi dicono anche “Hai tagliato da sola la frangetta? Si vede“, e quindi capisco che non posso usarla come arma di difesa.

Però, è una mia amica. E dietro i suoi ciuffi buffi e storti guardo il mondo, e quando non mi piace riesco ad immaginarlo e oggi immagino che dall’altra parte del mondo ci siano tanti cagnolini liberi nei prati che corrono in cerca di bastoni, immagino nonni che scappano a prendere i propri nipoti dalle scuole, gli reggono lo zaino e li spingono verso casa dove c’è la nonna che sta preparando la pasta al sugo che tanto piace a Maruzzu gioia i’nonna, immagino i fidanzati tenersi per mano, immagino i cantanti cantare a squarciagola davanti i propri fan che si strappano i capelli e urlano, immagino gli attori allenarsi prima della messa in scena di uno spettacolo chiusi in un teatro tutto rosso di velluto, immagino tazzine di caffè sparse in giro per i tavolini delle città, immagino il mare che dondola nell’attesa dell’estate, immagino le montagne salutare tristemente la neve che le ha coperte fino a pochissimo tempo fa, immagino i parrucchieri tagliare tante frangette e tagliarle tutte dritte.

Io e la mia frangetta non siamo dritte e nemmeno il mondo lo è, però la vita è bella.

Aggiornamenti

I nostri giorni chiusi in casa continuano ed io continuo ad imparare a fare cose, limitando il più possibile i danni ma le faccio lo stesso e di seguito andrò ad elencare una serie di misteriose cose che ho fatto in sette giorni:

  • ho imparato a fare la fontanella di farina;
  • ho guardato tantissimi nuovi film;
  • ho concluso una serie tv;
  • ho fatto le frittelle di cavolfiore;
  • ho iniziato a fare training “fatto in casa” urlando contro un personal trainer che per fortuna non può sentirmi;
  • ho imparato a fare scrub puzzolenti ma utili alla mia pelle secca e seccata;
  • ho iniziato un programma su Radio Ciroma;
  • ho imparato ad utilizzare un programma che mi permette di fare radio da casa ;
  • ho riutilizzato Skype dopo anni e anni ed è stato incredibilmente adolescenziale;
  • ho cantato “Come saprei” a squarciagola;
  • ho imparato ad utilizzare un programma che permettere di modificare video con lo scopo di divertire;
  • ho partecipato al concorso “Io resto a casa” mandando un testo molto stupido;
  • ho ascoltato le dirette musicali dei miei amici;
  • ho cucinato ciambelle dolci e salate;
  • ho riordinato il frigorifero e il freezer;
  • ho mangiato sul balcone perché era praticamente estate;
  • ho concluso la lettura del libro “GALI GALI”;
  • ho aggiunto canzoni alla mia playlist “iorestoacasa”;
  • ho fatto le tagliatelle ( ragà, le tagliatelle!!!);
  • ho quasi finito la mia candela profumata preferita;
  • ho imparato a non piangere tutti i giorni.

Alda

Ottantanove anni fa nasceva Alda.

Questa donna mi incuriosisce e mi emoziona da sempre. La immagino sul suo divano, con la sua sigaretta ferma tra le sue dita con le unghie smaltate di rosso, la sua collana di perle e il seno al vento. La immagino che nel preciso istante in cui spegne la sigaretta, prende la penna e scrive parole che le passano davanti in ogni momento della sua vita. La immagino con un triste sorriso, pronta a raccontarci la sua storia, a parlarci di tutte le persone che sono passate dalla sua vita, tutta quella gente che ha guardato i suoi occhi ma non è riuscita ad entrarci dentro. La immagino, in questi giorni, osservarci da lontano e pronunciare tra i denti, quasi in silenzio: ” Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”.

La immagino, nel giorno del suo compleanno, spegnere sigaretta e candelina allo stesso modo, nello stesso momento. La immagino immersa nei suoi ricordi, sommersa da vino, fogli di carta, libri, peluche, cornici, fotografie, dipinti, matite e sciarpe colorate.

Oggi avevo bisogno di immaginarla.

Buon compleanno Alda

Dolcezza q.b.

Dunque, ho tante cose da dirvi ma non riuscirò a metterle tutte insieme in un unico racconto perciò seguirà una lista di cose, cose che hanno arricchito questi miei primi giorni di quarantena:

  • ho imparato a disegnare una mongolfiera grazie ad un tutorial meraviglioso che descrive passo dopo passo come fare;
  • ho imparato ad accordare la chitarra grazie ad un’applicazione facilissima, coloratissima e bellissima che mi fa sentire tanto Jimi Hendrix;
  • ho imparato a girare la frittata senza sfracellarla sul pavimento o farla volare al soffitto, non era buonissima ma era tutta intera;
  • ho applicato una maschera di argilla rosa sul mio volto, una maschera comprata mesi fa, dimenticata, isolata, buttata lì insieme allo scrub che finalmente risalta ai miei occhi;
  • ho fatto lo shampoo lentamente, solitamente ricordo di fare lo shampoo trenta minuti prima di uscire, quindi esco con in testa un fungo champignon, invece il mio ultimo shampoo è stato lento e rilassante, proprio come descrive Giorgio Gaber;
  • ho fatto una videochiamata con mia nonna che mi ha promesso, finito questo terribile periodo: “na’ bella mangiata”;
  • ho ballato la tarantella dal balcone, saltellando a ritmo di “Brigante se more”, suonata dall’altro lato della strada da un fisarmonicista che ogni giorno alle 18 suona dal suo balcone ed io ogni giorno alle 18 ballo;
  • ho scritto su un cartellone “ANDRA’ TUTTO BENE”, ho anche disegnato un arcobaleno con i pastelli a cera che mi ha regalato la mia migliore amica a Natale e che ho usato la prima volta per colorare questo cartellone che è svolazzato chissà dove;
  • ho imparato ad usare il treppiede per la reflex;
  • ho scoperto il nome di un gruppo spagnolo che nel mese di Agosto, in quel di Alessandria del Carretto mi ha fatto sudare, saltare, urlare e in questi giorni ci penso spesso. Penso spesso a quella folla, a quel profumo di panino e salsiccia, a quella fontanella che fa scendere acqua freschissima, a quei tamburelli, al suono delle nacchere che all’unisono portavano il tempo, ai bambini che scalzi ballavano, all’incenso che mi è stato regalato, ai sorrisi, ai vecchietti dai balconi che guardavano la folla, ai litri di vino rosso che arrivavano da ogni vicolo, alle fisarmoniche, ai musicisti e a tutti quei meravigliosi artigiani che mettevano in piazza il proprio talento, ci penso spesso in questi giorni;
  • ho steso i panni nel silenzio più totale;
  • ho assemblato dei biscotti Pan di stelle e li ho fatti diventare una specie di comunissima torta con panna e cacao amaro spolverato male;
  • ho creato una playlist di canzoni che mi hanno sempre aiutato a sorridere;
  • ho aggiunto alla mia vita un pizzico di dolcezza in più, quanto basta;
Lei
è la mia mongolfiera,
ci salgo sopra
e mi porta via.

Piangere dalle risate

A me capita spesso.

Mi capita spesso di piangere dalle risate, mi piego in due, rido a crepapelle e gli occhi si riempiono di lacrime, come se avessi pianto o come se fosse iniziato il periodo del polline.

Mi capita spesso di ridere così tanto e mi capita spesso perché ho la risata facile, è proprio un marchio di fabbrica: appena nata ho riso e poi mi hanno preso a schiaffi per farmi piangere.

Un inizio fantastico.

La mia risata non è sempre la stessa, dipende da quello che mi fa ridere: in teatro, quando arrivano quelle battute inaspettate, rido a bocca spalancata, delle volte sbatto anche le mani sulle cosce e lo faccio a ritmo di applausi; quando è un bambino a farmi ridere, cerco di nascondere la mia rumorosa risata in un sorriso sincero, un sorriso di complicità, quando sono con Pepè rido in tutti modi del mondo.

Mi capita spesso di ridere perché ridere aiuta a tenere stretti i ricordi: quella volta in cui eravamo al mare, quella volta in cui siamo caduti, quella volta in cui ci siamo abbracciati, quella volta in cui non ce lo aspettavamo, quella volta in cui mi hai raccontato una barzelletta, quella volta in cui abbiamo ricordato quella volta in cui abbiamo riso a crepapelle.

Mi capita spesso di ridere insieme ai miei amici, mi capita spesso di ricordare le nostre risate, mi capita spesso di ridere insieme agli altri, mi capita spesso di piangere dalle risate e mi capita insieme alle persone che ci passano davanti tutti i giorni della nostra vita, anche gli sconosciuti.

Ci capita spesso di non rendercene conto.

Non ce ne rendiamo conto delle bellezze che ci circondano, le diamo per scontate quelle panchine piene di pensionati che raccontano storie, quei bar rumorosi pieni di chiacchiere domenicali, quei fiori colorati, quei libri abbandonati negli scaffali, quella mozzarella sulla pizza, quella musica, quelle polpette di nonna, quelle risate dei nostri amici.

Mi capita spesso di piangere dalle risate, insieme.